La Nuova Zelanda ha ottenuto una riduzione di cinque volte del proprio tasso di fumo quotidiano in un breve periodo. Robert Beaglehole e Ruth Bonita, due ex direttori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sostengono che la rapida crescita del vaping sia il principale fattore trainante di questo successo di sanità pubblica.
Gli sforzi del Paese per il controllo del tabacco sono iniziati in modo deciso con la Smoke-free Environments Act del 1990, seguiti da hotline nazionali per la cessazione, terapie sostitutive della nicotina sovvenzionate e dalla ratifica della Convenzione Quadro dell’OMS sul Controllo del Tabacco (FCTC) nel 2004. Nonostante i massicci aumenti delle tasse e le confezioni standard “plain packaging” introdotte dopo l’adozione dell’obiettivo “Smokefree 2025” nel 2011, i progressi sono rimasti lenti. Entro il 2016, il 15% della popolazione generale e il 36% dei Māori continuavano a fumare quotidianamente.
La svolta si è verificata tra il 2018 e il 2019. Una sentenza ha chiarito che il divieto della Nuova Zelanda sul tabacco orale non si applicava ai prodotti di vaping, portando il Ministero della Salute a riconoscere ufficialmente le sigarette elettroniche come un’alternativa meno dannosa rispetto al fumo.
A seguito di questo cambio di politica, il calo del numero di fumatori è accelerato, passando dal 3,5% annuo al 17,9% per anno. Tra la popolazione Māori, il tasso annuo di calo è balzato al 13,3%. In parallelo, il tasso di vaping è cresciuto da meno dell’1% nel 2015 a circa il 12% entro il 2025.
Sebbene queste tendenze non dimostrino un rapporto di causalità diretta, Beaglehole e Bonita evidenziano l’allineamento temporale molto stretto tra l’aumento del vaping e la diminuzione del fumo. Sostengono che, sebbene politiche tradizionali come le tasse elevate siano utili, da sole non bastano. È necessario un accesso regolamentato a prodotti alla nicotina non combustibili per proteggere maggiormente coloro che sono più colpiti dai danni legati al tabacco.